Il 7 Maggio del 1860, a Talamone, un paesino sulla costa tirrenica vicino la cittadina di
Orbetello, arrivarono due grosse navi a vapore.
Si trattava della Lombardo e della Piemonte, entrambe di proprietà della società Rubattino
e rubate due sere prima dal porto di Genova, dove si trovavano ormeggiate.
Questo furto fu inscenato con l’accordo di marinai, le guardie del molo, i proprietari e,
ovviamente, i ladri; in quanto con quelle navi si sarebbe dovuta compiere una spedizione
che minacciava di innervosire notevolmente gli austriaci, che a loro volta avrebbero potuto
rifarsi sulla società Rubattino.
Poco dopo l'attracco, una barca trasportò immediatamente il comandante del porto e quello del
forte, entrambi con tanto di feluca e veste ufficiale, a bordo della Piemonte, dove ad attenderli
trovarono Giuseppe Garibaldi in persona.
Nella conversazione che seguì, l'eroe dei due mondi, dovette spiegare il motivo di quella
visita.
Assieme ad altri 1150 uomini circa, Garibaldi era partito da Genova per raggiungere il Regno
delle due Sicilie e lì fomentare la rivolta che avrebbe portato l'Italia del sud nel regno
dei Savoia.
L'Unità d'Italia era lo scopo di questa impresa, concepita da Francesco Crispi e Rosolino
Pilo, che presero entrambi parte alla spedizione, il primo tornando anche indietro, il secondo
cadendo invece durante la presa di Palermo.
Durante la sosta a Talamone si dovette ovviare anche ad un altro problema, quello delle armi,
senza le quali vincere una guerra sarebbe diventato alquanto difficile.
Dal castello di Talamone ne arrivarono un po', ma dato che Orbetello non era affatto lontano,
il colonnello Turr, raggiunse la cittadina in riva alla laguna, incontrandosi con il
comandante della fortezza.
Il tenente-colonnello Giorgini di Orbetello si vide arrivare l'aiutante di campo di Garibaldi
che gli chiese le munizioni e le armi per far insorgere il Regno delle due Sicilie e costruire
l'Unità d'Italia.
La Spedizione dei mille ottenne tanto le armi quanto le munizioni, e Garibaldi si dimostrò
profondamente riconoscente verso questo ufficiale orbetellano che, per quel gesto, sarebbe andato
incontro ad un bel po' di guai.
Giorgini fu infatti imprigionato nella fortezza di Alessandria e dovette aspettare diversi mesi
per poter essere liberato, con la pena cancellata dal tripudio sprigionatosi per il Regno d'Italia.
Anche Porto Santo Stefano, infine, fu chiamato a dare il proprio contributo.
Prima di partire verso la Sicilia, infatti, Gerolamo Bixio, detto Nino, raggiunse i magazzini del
porto di Monte Argentario per fare il carico di carbone.